• L'Cosa è L'IO...

    Se, come dice Gurdjieff, “la vita è reale solo quando io sono”, allora vale la pena di cercare una risposta, di comprendere che cosa sia questo “io/ego”.

  • IL RITORNO DEGLI ELOHIM

    Da tempo il nome elohim circola con insistenza fra i risvegliati in cammino verso l’imminente ascensione e c’è chi giura che gli Elohim stiano arrivando (o tornando?)
  • DIVENTERE RICCHI E' UNA SCIENZA.

    “Quali che siano le cose che voi desiderate, per le quali pregate, siate convinti di riceverle, ed esse saranno vostre” (Marco 11:24).
  • Perchè imparare a sviluppare un sentimento di gratitudine?.

    Siate grati per il letto nel quale avete appena dormito, il tetto sopra la testa, il tappeto o il pavimento sotto i piedi, l'acqua corrente, la doccia, i vestiti ... la macchina che si guida, il cibo, gli amici.
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    Il processo di apprendimento secondo Platone non è nient’altro che un processo di ricordo, reminescenza, che ci porta progressivamente a riprendere contatto con il mondo delle idee.


IL PENSIERO CREATIVO

Potremmo definire pensiero creativo quel tipo di attività mentale che, volontariamente o involontariamente, produce dei risultati che, a loro volta, generano delle reazioni positive o negative nell’ambiente in cui tale attività viene svolta.
Mi sembra di poter affermare che un’attività che non modifichi l’ambiente, non sia creativa.
Se questa affermazione fosse vera sarebbe creativo quel tipo di pensiero che non si limitasse a constatare lo svolgersi degli avvenimenti ma, consciamente o inconsciamente (mi riferisco allo stato di coscienza attraverso il quale il soggetto raggiunge la soluzione), intervenisse in essi onde riorganizzarli.
Per quanto sembri una tautologia, bisogna dire quindi che per parlare di pensiero creativo si devono tenere presenti due punti fissi: il fine e il problema.
Tralasciamo per il momento il “fine” e limitiamoci a parlare del problema che il raggiungimento del fine implica.
Possiamo tentare di fare una classificazione dei problemi in base ai metodi richiesti per la loro soluzione.

1) Problemi la soluzione dei quali richiede l’applicazione di una certa routine, per esempio distribuire delle quantità discrete (pere, mele o altro) a un certo numero di persone. È chiaro che, in questo caso, basta applicare una semplice tecnica imparata a scuola (la divisione), quando non basti una corrispondenza “termine a termine”.

2) Problemi che richiedono l’applicazione intelligente, diremo meglio “indiretta”, di certi metodi più o meno correnti. Per esempio un’applicazione del teorema di Pitagora per misurare un campo.

3) Problemi la soluzione dei quali non può essere ottenuta con i metodi correnti, ad esempio la costruzione del numero nella preistoria. Al punto tre si ha certamente un’applicazione del pensiero creativo.

Possiamo quindi modificare un poco la definizione iniziale di pensiero creativo, riformulandola nel modo seguente: “quell’attività mentale che, volontariamente o involontariamente, riorganizza gli avvenimenti (in vista di un fine qualsiasi), risolvendo i problemi che tale riorganizzazione impone, anche se le soluzioni non possono essere ottenute con metodi correnti”.

Si impone ora una definizione fondamentale, senza la quale non si può proseguire il ragionamento: che cosa si intende per “metodi correnti”. Diremo provvisoriamente che sono “metodi correnti” le tecniche apprese in senso stretto o sviluppate spontaneamente sotto la spinta dell’ambiente; vengono applicate costantemente e con relativa spontaneità ad ogni classe di problemi.
È chiaro quindi che ogni livello di sviluppo psicobiologico (quantitativo e qualitativo) e socio-culturale avrà le proprie tecniche. Da ciò conseguirà che la classificazione di cui abbiamo fatto cenno prima non sarà statica bensì dinamica. Vale a dire che ogni stadio psicobiologico e culturale avrà i suoi livelli di problemi e si potrà parlare di pensiero creativo all’interno di un determinato stadio di sviluppo quando il soggetto riuscirà a risolvere un problema, la soluzione del quale non possa essere ottenuta con un’applicazione dei metodi correnti propri di quel determinato stadio.

Ora penso potremmo riprendere l’argomento dei “fini”.
In senso generale un problema di “fini” implica una trasformazione di energia regolata dai due noti principi freudiani, vale a dire il principio di piacere e quello di realtà. Ecco quindi che all’interno di quelle ripartizioni basate sui metodi impiegati a risolvere i problemi, se ne trovano altre, diremo così, “affettive”, che variano a seconda del grado di socializzazione e di sviluppo psicobiologico del soggetto.
Quanto più il soggetto si lascia guidare dal principio del piacere, tanto più i suoi fini saranno egocentrici (narcisistici) e scarsamente socializzati (oggettuali), e quindi sarà ben difficile che trovi problemi che lo interessino, quando questi non possano essere risolti con quelle tecniche che potremmo definire istintive, “a partecipazione” in poche parole: facili.
Al contrario, quanto più il soggetto aderisca al principio di realtà, tanto più sarà inserito nell’ambiente e troverà interesse in problemi di carattere sociale e a soluzioni non egocentriche.
Naturalmente non è detto che il pensiero non possa essere creativo anche nel primo caso, perché ogni azione sulla realtà, per egocentrica che sia, non può fare a meno di produrre conseguenze (terzo principio della dinamica).

Prima di continuare è però necessaria ancora una premessa: si considerino i quattro momenti dello sviluppo di una soluzione (problema) così come ce li presenta Hadamard che, d’altra parte, si ispira alle idee di Poincaré.

Ecco le quattro fasi di Hadamard: preparazione, incubazione, illuminazione e verifica.
Di queste quattro fasi la prima può essere conscia o inconscia, la seconda certamente inconscia, ma con sprazzi di coscienza, la terza conscia e la quarta conscia.
La fase misteriosa, cioè quella che vale la pena di indagare, è la seconda, quella dell’incubazione.
La parte che non è imposta, quella spontanea, è quella che ti ha suggerito la domanda, cioè quella che ha fatto si che tu ti sia avvicinato alla matematica invece che alla medicina.
In attesa di metodi più diretti ci dovremo accontentare di forme di introspezione diretta o provocata e dell’osservazione esterna, qualora si tratti di problemi che abbiano una componente costruttiva. Cercheremo di combinare i due metodi servendoci delle esperienze personali di uno scienziato, mi riferisco al logico psicologo ed epistemologo E. W. Beth.
Ecco le sue parole riguardo a ciò che puoi decidere nei rapporti tra meccanismi psichici inconsci e lavoro conscio.

“Ho constatato che un problema matematico che mi interessi abbastanza provoca tre reazioni successive, cioè:
1- una reazione istantanea.
2- una reazione qualche giorno dopo.
3- una reazione tardiva dopo molti mesi

La prima è una reazione spontanea, non comporta sforzo cosciente, è relativamente efficace.
La seconda è il risultato di uno sforzo cosciente, è molto meno efficace. In generale
non apporta nulla di nuovo.
È solo ad una età piuttosto avanzata che ho scoperto una terza reazione, molto tardiva ma molto efficace. Questa terza reazione si produce nei casi in cui un problema mi interessa particolarmente”.

Sono precisamente le osservazioni anche minime compiute tra la seconda fase (che esaurisce ogni tecnica e nozione chiaramente note) e la terza, il lavoro creativo che prepara il dispositivo per raggiungere la soluzione del problema di livello 3 e quindi una chiara dimostrazione di pensiero creativo.
Affinché tale dispositivo si concretizzi è però necessaria la presenza di quella componente affettiva cui si è detto prima. Bisogna cioè che il problema interessi.

Qualora si desiderasse fare una ricerca sperimentale sull’argomento, la classificazione dei soggetti, oltre che in base alle solite variabili psicobiologiche e socioculturali, dovrebbe essere considerata riguardo a una tipologia affettiva di scelta dell’oggetto, di modelli di comportamento e delle disposizioni verso i campi dello scibile.


Il Segreto

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LA VERITA' - IL PRINCIPIO VITALE DELL'UNIVERSO

Abbiamo considerato l’universo che ci circonda e l’abbiamo visto essere un insieme di enti e di sostanze. Ma tra essi ve ne sono di quelli che essenzialmente differiscono dagli altri e costituiscono una categoria a parte: i viventi. Anch’essi enti, anch’essi sostanze, ma dotati di una perfezione tutta propria: la vita. E’ vero che fra i viventi vi sono varie categorie: piante, animali, uomo, ma per ora prescindiamo da queste diversità e consideriamoli tutti sotto questo aspetto comune: la vita.

Finora ci ha guidati l’esperienza volgare, non abbiamo fatto altro che constatare un fatto; ora dobbiamo cercare la spiegazione di questo fatto: questo è proprio del filosofo. Perchè dunque alcuni esseri vivono e altri no? Perché alcuni si muovono da sè e altri no? La risposta è evidente: perchè alcuni hanno in sè la capacità di muoversi ed altri no. E che cose è questa capacità che la sostanza inorganica non ha e la sostanza vivente ha? Deve essere qualcosa di superiore alla materia, da essa distinto benchè intimamente unito.

La scienza constata il fatto che omne vivum ex vivo, cellula ex cellula, ecc., cioè che non si ottiene un vivente da materia inorganica. Fu merito specialmente di studiosi italiani di dimostrare inesistente la generazione spontanea degli animali sino agli infusori (F. Redi, L. Spallanzani). A L. Pasteur spetta il merito di avere dimostrato inesistente la generazione spontanea anche per quegli esseri immensamente più semplici degli infusori quali sono ì Batteri (Virus).

“Mediante un esperimento che è rimasto celebre e che sarà benedetto dall’umanità sofferente per tutte le generazioni, egli dimostrò in modo inequivocabile che i Batteri hanno origine da altri Batteri e non da altre sostanze organiche. Egli uccise tutti i Batteri contenuti in una sostanza organica, sterilizzandola, come si dice in medicina, quindi la conservò, impedendo che nuovi Batteri venissero a contatto con la medesima. Orbene se ì Batteri avevano avuto origine per generazione spontanea, dato che in quella sostanza si trovavano tutte le condizioni per la vita, dopo qualche tempo quella sostanza doveva dare segni di corruzione e cioè di presenza di Batteri. Ma non fu così. La sostanza sterilizzata si mantenne perfettamente incorrotta fino a tanto che fu impedito l’accesso ai Batteri. L’esperienza eseguita dinanzi agli occhi meravigliati ed increduli dei colleghi della Sorbona, fu confermata subito dopo da sperimentatori di tutte le nazioni. Oggi sulla generazione spontanea dei Batteri non esiste alcun dubbio. Essa non avviene e le sostanze organiche che hanno servito agli esperimenti del Pasteur, si mantengono ancora incorrotte al Museo di Parigi” (MARCOZZI, Il problema di Dio e le scienze naturali, Milano, Bocca, p. 42).
La generazione spontanea non solo si è dimostrata inesistente in natura, ma anche nei laboratori di quegli scienziati che hanno cercato di produrre sinteticamente la vita. Tutti i tentativi sono riusciti vani; celebre fra gli altri quello del francese Leduc il quale mettendo insieme gelatina, solfato di rame e zucchero, impastò una specie di seme, che in una soluzione di ferro-cianuro potassico e gelatina, si svolgeva come pianta che emette radici, foglie e fronde. Ma si trattava di un semplice fenomeno di osmosi che ha in comune con la vita solo l’aumento di volume, ma nulla ha che vedere con l’assimilazione propria del vivente.

Orbene questo fatto scientificamente constatato, cioè l’inesistenza della generazione spontanea sia naturalmente sia artificialmente, sta ad indicare che nel vivente oltre gli elementi e le forze fisico-chimiche c’è un principio vitale. Infatti la chimica per analisi conosce tutti gli elementi che costituiscono il minerale e può combinare questi elementi e darci un minerale; perché invece, pur conoscendo tutti gli elementi che costituiscono una sostanza vivente, invano tenta di combinare questi elementi per darci un corpo vivente?


                                                                                                           
Il Segreto
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Mente conscia ed inconscia

La nostra mente è composta da due componenti principali: la mente conscia (o razionale) e la mente inconscia. La mente conscia (o razionale) è quella che ha il compito di eseguire i compiti necessari per risolvere i problemi, gestire la convivenza sociale con le altre persone e permette la auto-coscienza, cioè permette ai singoli individui di essere consapevoli di sé. La mente inconscia è quella che ha il compito di eseguire le azioni e fornire gli stimoli necessari per la sopravvivenza ed il benessere della persona. Inoltre non presenta alcun filtro (sociale, etico, morale, …).


Oltre ai loro scopi, le nostre due menti si differenziano per la loro potenza di calcolo (esattamente come quella espressa per i processori dei computer o dei telefoni cellulari). Nel libro Evoluzione Spontanea [(Bruce H. Lipton, 2009)] viene indicato che la mente conscia è in grado di gestire 40 bit di informazione ogni secondo. La mente conscia circa 40 milioni, ovvero un fattore 1 milione di volte più potente. E la natura delle informazioni a cui si fa riferimento può essere qualunque: nozione razionale, sensazione odorosa, tattile, emozioni suscitate, e via discorrendo. Sempre con lo scopo di comprendere la reale potenza (limitata) della mente razionale, entra in gioco l’articolo de 1956 di George A. Miller “The Magical Number Seven, Plus or Minus Two: Some Limits on Our Capacity for Processing Information”. In questo articolo, al quale seguono differenti studi, si indica che la nostra mente conscia è in grado di svolgere al più 7±2 attività in contemporanea, ovvero possiamo porre la nostra attenzione conscia tra le 5 e le 9 attività in contemporanea. Se uniamo questa informazione con quella che mette in scala 1:1000000 le capacità di gestione dei dati della mente conscia ed inconscia, ne traiamo che il nostro inconscio può gestire fino a 9 Milioni di attività in contemporanea!!!

La nostra cultura è di base fondata sull’illuminismo, quindi presenta tra i suoi postulati di base che tutto possa essere razionalizzato e compreso con la ragione. Di conseguenza riteniamo che la mente razionale (ovvero quella conscia) sia quella più importante. Ma in base a ciò che abbiamo appena indicato questa ipotesi appare falsa. E ne abbiamo la prova costante ogni giorno. Mi riferisco alla capacità di apprendere attività molto complesse e riuscire ad arrivare ad eseguirle in modo automatico. Un esempio lampante è la guida di un’automobile. Se andiamo a guardare molto bene, guidare un’automobile (o qualsiasi mezzo di trasporto) è molto complicato:
è necessario avere sotto controllo tutti gli strumenti e gli indicatori dell’automobile, quali tachimetro (ovvero l’indicatore della nostra velocità)
accedere alle varie leve ed interruttori in modo rapido e coerente (per esempio quando è necessario attivare le frecce prima di svoltare)
controllare tutti i mezzi ed i pedoni che ci circondano e ci precedono
prevedere eventuali zone pericolose come gli incroci o zone buie alle quali non possiamo accedere con la nostra vista in modo immediato
controllare costantemente tutti gli specchietti (almeno 3)
eseguire nel corretto ordine tutte le azioni necessarie per accelerare o rallentare, come per esempio cambiare marcia
valutare il tragitto da compiere
fare attenzioni a tutti i segnali stradali


E se ci sono delle persone a bordo con noi, intrattenere con loro conversazioni più o meno complicate.

Se dovessimo riuscire a fare tutte queste cose solo con la mente conscia, non ne usciremmo vivi. Eppure le automobili le guidiamo tutti i giorni. Quindi significa che le azioni che abbiamo elencato ora vengono, per forza di cose, svolte della mente inconscia. Come è possibile che un’azione non naturale come guidare un’automobile venga svolta dal nostro inconscio? Semplicemente perché’ abbiamo imparato così bene a guidare che siamo riusciti a far apprendere al nostro inconscio come svolgere lui questa attività. Non a caso succede che al termine delle prime lezioni di scuola guida siamo esausti e stanchi, mentre man mano che avanziamo con la pratica e prendiamo dimestichezza con tutte le manovre, siamo sempre più sicuri di noi e sempre meno spossati. Infatti all’inizio della nostra esperienza dobbiamo acquisire nuove nozioni ed incamerarle. Dopo di che facciamo costante esperienza fino a che tutto diventa automatico, ovvero la nostra mentre inconscia ha acquisito tutte le informazioni che le servono per permetterci di guidare.

Lo stesso accade quando impariamo e leggere o scrivere. Le prime settimane che ci viene insegnato a scuola a leggere ed a scrivere abbiamo bisogno di pensare molto bene a ciò che stiamo facendo. Non a caso per imparare a scrivere le lettere vengono dati ai bambini intere pagine da ricoprire con un’unica lettera. Questo passaggio serve proprio per permettere l’acquisizione, da parte dell’inconscio, di tutte le informazioni che servono per scrivere correttamente ogni singola lettera.
Comprendere queste informazioni riguardanti la nostra mente mi ha permesso anche di vedere in modo differente la mia esperienza nella pratica delle arti marziali, fornendomi la possibilità di vivere un’esperienza più profonda e non puramente tecnica o basata sulla tradizione. Infatti nella arti marziali tradizionali è usanza ripetere con costanza una certa tecnica, o sequenza di tecniche un numero elevato di volte. Anche alcune decine, se non centinaia, di volte in una lezione. E tutto questo magari ripetuto per alcune lezioni consecutive. Molto spesso i maestri spiegano questa insistenza con il fatto che questa è la tradizione e così si impara l’arte. Il che è vero, ma non viene indicata la vera causa, creando più o meno volontariamente un alone di mistero e di sacralità intorno alla pratica delle arti marziali tradizionali. Le quali hanno empiricamente tramandato che per acquisire nuove conoscenze ed abilità e necessario ripetere ad oltranza un determinato gesto. In realtà la spiegazione è da ricercare semplicemente in questa dualità tra mente conscia ed inconscia, razionale ed irrazionale. Una volta capito il trucco cambia totalmente la prospettiva. Non si pratica più per fare un po’ meglio una tecnica, ma per acquisirla a livello del nostro inconscio e renderla naturale, parte di noi. Il che ovviamente prevede di annullare la dualità che poniamo alla nostra persone tra l’essere in un dojo (luogo di pratica di un’arte marziale) e la vita quotidiana. Solo quando l’arte inizierà a coincidere con la nostra vita, allora potremo mettere davvero in pratica le nozioni appena descritte a proposto della nostra mente. Ma questo è un altro discorso.


La mente intuitiva è un dono sacro e la mente razionale è un fedele servo. Noi abbiamo creato una società che onora il servo e ha dimenticato il dono.

Albert Einstein


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Il ragionamento induttivo

Ogni processo di pensiero che si avvale di conoscenze di casi specifici per trarre inferenze riguardo a casi sconosciuti è una forma di ragionamento induttivo. Alcuni ragionamenti induttivi abbastanza comuni fanno affidamento sull’induzione basata su categorie.

Generalizzando da casi sconosciuti a tutti i casi (induzione generale); esempio se avete ascoltati 3 trasmissioni televisive che parlano di corruzione della politica, concluderete che tutti i politici sono corrotti.

Generalizzando da alcuni membri di una categoria nota per avere una certa proprietà ad altri casi di quella categoria (induzione specifica); esempio se avete visto una gara di formula 1 dove la Ferrari vince, concluderete che la prossima settimana la Ferrari vincerà di nuovo.

Nessun processo induttivo potrà mai essere certo. Questo perchè l’uomo è limitato sotto vari aspetti, e non è in grado di venire a conoscenza di tutti i casi che potrebbero esistere, ciascuno dei quali potrebbe smentire clamorosamente tutte le generalizzazioni generali e specifiche.



TRATTO DA
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La mente universale unica

La meccanica quantistica lo conferma, e anche la cosmologia quantistica: l’Universo nasce dal pensiero e tutta la materia da cui siamo circondati è semplicemente pensiero precipitato. In definitiva siamo la fonte dell’Universo e, quando ci rendiamo conto di questo potere per esperienza diretta, possiamo cominciare a esercitare la nostra autorità e a conseguire sempre più risultati. Creare qualunque cosa. Conoscere ogni cosa dall’interno del nostro campo cosciente, che sostanzialmente è la coscienza Universale che guida l’Universo.

Quindi il tipo di corpo in termini di salute e il tipo di ambiente che creiamo dipende da come usiamo questo potere, se in modo positivo o negativo. Pertanto, siamo i creatori non solo del nostro destino, ma anche del destino Universale. Siamo i creatori dell’Universo. Dunque non ci sono veramente limiti alle potenzialità umane. Il limite è la misura in cui riconosciamo queste dinamiche profonde e le mettiamo in pratica, la misura in cui abbiamo il controllo sul nostro potere. E questo ha effettivamente a che fare con il livello al quale pensiamo.


tratto da
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Che cos'è la gratitudine?

Robert Emmons, forse il principale esperto scientifico mondiale di gratitudine, sostiene che la gratitudine ha due componenti chiave, che descrive in un saggio del Bene superiore, " Perché la gratitudine è buona ".

"Innanzitutto", scrive, "è un'affermazione di bontà. Affermiamo che ci sono cose buone nel mondo, doni e benefici che abbiamo ricevuto. "

Nella seconda parte della gratitudine, spiega, “riconosciamo che le fonti di questa bontà sono al di fuori di noi stessi. ... Riconosciamo che altre persone - o anche poteri superiori, se sei di mentalità spirituale - ci hanno fatto molti doni, grandi e piccoli, per aiutarci a raggiungere il bene nella nostra vita. "

Emmon e altri ricercatori vedono la dimensione sociale come particolarmente importante per la gratitudine. "Lo vedo come un'emozione che rafforza le relazioni", scrive Emmons, "perché ci richiede di vedere come siamo stati supportati e affermati da altre persone."

Poiché la gratitudine ci incoraggia non solo ad apprezzare i doni ma a ripagarli (o pagarli in avanti), il sociologo Georg Simmel l'ha definita "la memoria morale dell'umanità". Ecco come si è evoluta la gratitudine : rafforzando i legami tra i membri della stessa specie che si sono reciprocamente aiutate a vicenda.

Per studiare in che modo la gratitudine si collega al legame e all'empatia, la ricerca pionieristica sta esplorando l' aspetto della gratitudine nel cervello .

Per di più: ottieni una panoramica approfondita della provenienza della gratitudine, quali sono i suoi benefici e come coltivarla nel nostro speciale white paper sulla scienza della gratitudine . Dai un'occhiata anche al progetto GGSC Expanding the Science and Practice of Gratitude .
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Legge di causa ed effetto

Nulla accade per caso o al di fuori delle Leggi universali. Ogni azione ha una reazione o una conseguenza "Raccogliamo ciò che seminiamo". Ralph Waldo Emerson ha affermato che la legge di causa ed effetto è la "legge delle leggi". La lezione più importante che coinvolge la condotta e l'interazione umana è vista nella Legge Cosmica di Causa ed Effetto
"Per ogni azione c'è una reazione uguale e contraria". Ogni pensiero, parola e azione umana è una Causa che scatena un'ondata di energia in tutto l'universo che a sua volta crea l'effetto sia desiderabile che indesiderabile. 
La legge afferma che l'effetto deve alla manifestazione fisica. Questo è il motivo per cui buoni pensieri, parole, emozioni e azioni sono essenziali per un mondo migliore perché tutti creano buoni effetti.

Con ogni pensiero di intenzione, azione ed emozione che viene trasmesso da te, una persona mette in moto una catena di effetti invisibile che vibra dal piano mentale, pensando l'intera struttura cellulare del corpo nell'ambiente e infine nel Cosmo. Alla fine l'energia vibratoria ritorna alla fonte originale sull'oscillazione del pendolo.

La legge di causa ed effetto afferma che ogni causa ha un effetto e ogni effetto diventa la causa di qualcos'altro. Questa legge suggerisce che l'universo è sempre in movimento e progredito da una catena di eventi.

Se vuoi guardare questa legge da un punto di vista filosofico, ogni causa ed effetto aveva il suo scopo mondano rispetto a ciò che stiamo vivendo oggi.

Secondo la natura delle tue azioni, la Divina coscienza onnisciente assegnerà gli effetti corrispondenti. Al fine di beneficiare te stesso e la società nel suo insieme, l'umanità dovrebbe usare la sua libera scelta e compiere buone azioni con la consapevolezza che ciò che pensano, agiscono e parlano di ciò avrà effetto sull'intero universo. La prosperità della vita è creata dalle nostre stesse azioni nell'aiutare gli altri attraverso pensieri e azioni. Il movimento o l'azione darà il risultato appropriato, secondo la giustizia divina.

L'esempio di questa legge in effetti è mostrato nell'esempio seguente, uno spero che tutti possano capire e applicare la propria vita in modo appropriato quando lo ritengono opportuno: ogni volta che il cibo, il riposo, il lavoro, le attività sessuali e l'uso della forza di pensiero sono troppo indulgenti o usato impropriamente, troviamo che gli organi correlati sono influenzati negativamente. Un semplice esempio come questo può far comprendere alle persone la legge di causa ed effetto.
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