IL PENSIERO CREATIVO

IL PENSIERO CREATIVO




Rivelazioni Shock

Potremmo definire pensiero creativo quel tipo di attività mentale che, volontariamente o involontariamente, produce dei risultati che, a loro volta, generano delle reazioni positive o negative nell’ambiente in cui tale attività viene svolta.
Mi sembra di poter affermare che un’attività che non modifichi l’ambiente, non sia creativa.
Se questa affermazione fosse vera sarebbe creativo quel tipo di pensiero che non si limitasse a constatare lo svolgersi degli avvenimenti ma, consciamente o inconsciamente (mi riferisco allo stato di coscienza attraverso il quale il soggetto raggiunge la soluzione), intervenisse in essi onde riorganizzarli.
Per quanto sembri una tautologia, bisogna dire quindi che per parlare di pensiero creativo si devono tenere presenti due punti fissi: il fine e il problema.
Tralasciamo per il momento il “fine” e limitiamoci a parlare del problema che il raggiungimento del fine implica.

Possiamo tentare di fare una classificazione dei problemi in base ai metodi richiesti per la loro soluzione.

1) Problemi la soluzione dei quali richiede l’applicazione di una certa routine, per esempio distribuire delle quantità discrete (pere, mele o altro) a un certo numero di persone. È chiaro che, in questo caso, basta applicare una semplice tecnica imparata a scuola (la divisione), quando non basti una corrispondenza “termine a termine”.
2) Problemi che richiedono l’applicazione intelligente, diremo meglio “indiretta”, di certi metodi più o meno correnti. Per esempio un’applicazione del teorema di Pitagora per misurare un campo.

3) Problemi la soluzione dei quali non può essere ottenuta con i metodi correnti, ad esempio la costruzione del numero nella preistoria. Al punto tre si ha certamente un’applicazione del pensiero creativo.

Possiamo quindi modificare un poco la definizione iniziale di pensiero creativo, riformulandola nel modo seguente: “quell’attività mentale che, volontariamente o involontariamente, riorganizza gli avvenimenti (in vista di un fine qualsiasi), risolvendo i problemi che tale riorganizzazione impone, anche se le soluzioni non possono essere ottenute con metodi correnti”.

Si impone ora una definizione fondamentale, senza la quale non si può proseguire il ragionamento: che cosa si intende per “metodi correnti”. Diremo provvisoriamente che sono “metodi correnti” le tecniche apprese in senso stretto o sviluppate spontaneamente sotto la spinta dell’ambiente; vengono applicate costantemente e con relativa spontaneità ad ogni classe di problemi.
È chiaro quindi che ogni livello di sviluppo psicobiologico (quantitativo e qualitativo) e socio-culturale avrà le proprie tecniche. Da ciò conseguirà che la classificazione di cui abbiamo fatto cenno prima non sarà statica bensì dinamica. Vale a dire che ogni stadio psicobiologico e culturale avrà i suoi livelli di problemi e si potrà parlare di pensiero creativo all’interno di un determinato stadio di sviluppo quando il soggetto riuscirà a risolvere un problema, la soluzione del quale non possa essere ottenuta con un’applicazione dei metodi correnti propri di quel determinato stadio.

Ora penso potremmo riprendere l’argomento dei “fini”.
In senso generale un problema di “fini” implica una trasformazione di energia regolata dai due noti principi freudiani, vale a dire il principio di piacere e quello di realtà. Ecco quindi che all’interno di quelle ripartizioni basate sui metodi impiegati a risolvere i problemi, se ne trovano altre, diremo così, “affettive”, che variano a seconda del grado di socializzazione e di sviluppo psicobiologico del soggetto.
Quanto più il soggetto si lascia guidare dal principio del piacere, tanto più i suoi fini saranno egocentrici (narcisistici) e scarsamente socializzati (oggettuali), e quindi sarà ben difficile che trovi problemi che lo interessino, quando questi non possano essere risolti con quelle tecniche che potremmo definire istintive, “a partecipazione” in poche parole: facili.
Al contrario, quanto più il soggetto aderisca al principio di realtà, tanto più sarà inserito nell’ambiente e troverà interesse in problemi di carattere sociale e a soluzioni non egocentriche.
Naturalmente non è detto che il pensiero non possa essere creativo anche nel primo caso, perché ogni azione sulla realtà, per egocentrica che sia, non può fare a meno di produrre conseguenze (terzo principio della dinamica).

Prima di continuare è però necessaria ancora una premessa: si considerino i quattro momenti dello sviluppo di una soluzione (problema) così come ce li presenta Hadamard che, d’altra parte, si ispira alle idee di Poincaré.

Ecco le quattro fasi di Hadamard: preparazione, incubazione, illuminazione e verifica.
Di queste quattro fasi la prima può essere conscia o inconscia, la seconda certamente inconscia, ma con sprazzi di coscienza, la terza conscia e la quarta conscia.
La fase misteriosa, cioè quella che vale la pena di indagare, è la seconda, quella dell’incubazione.
La parte che non è imposta, quella spontanea, è quella che ti ha suggerito la domanda, cioè quella che ha fatto si che tu ti sia avvicinato alla matematica invece che alla medicina.
In attesa di metodi più diretti ci dovremo accontentare di forme di introspezione diretta o provocata e dell’osservazione esterna, qualora si tratti di problemi che abbiano una componente costruttiva. Cercheremo di combinare i due metodi servendoci delle esperienze personali di uno scienziato, mi riferisco al logico psicologo ed epistemologo E. W. Beth.
Ecco le sue parole riguardo a ciò che puoi decidere nei rapporti tra meccanismi psichici inconsci e lavoro conscio.

“Ho constatato che un problema matematico che mi interessi abbastanza provoca tre reazioni successive, cioè:
1- una reazione istantanea.
2- una reazione qualche giorno dopo.
3- una reazione tardiva dopo molti mesi

La prima è una reazione spontanea, non comporta sforzo cosciente, è relativamente efficace.
La seconda è il risultato di uno sforzo cosciente, è molto meno efficace. In generale
non apporta nulla di nuovo.
È solo ad una età piuttosto avanzata che ho scoperto una terza reazione, molto tardiva ma molto efficace. Questa terza reazione si produce nei casi in cui un problema mi interessa particolarmente”.

Sono precisamente le osservazioni anche minime compiute tra la seconda fase (che esaurisce ogni tecnica e nozione chiaramente note) e la terza, il lavoro creativo che prepara il dispositivo per raggiungere la soluzione del problema di livello 3 e quindi una chiara dimostrazione di pensiero creativo.
Affinché tale dispositivo si concretizzi è però necessaria la presenza di quella componente affettiva cui si è detto prima. Bisogna cioè che il problema interessi.

Qualora si desiderasse fare una ricerca sperimentale sull’argomento, la classificazione dei soggetti, oltre che in base alle solite variabili psicobiologiche e socioculturali, dovrebbe essere considerata riguardo a una tipologia affettiva di scelta dell’oggetto, di modelli di comportamento e delle disposizioni verso i campi dello scibile.


Il Segreto

Tratto da                                                                                             
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