La Scienza Perduta Della Preghiera

Gregg Braden 

LA PREGHIERA DI DAVID

Presi un’altra bottiglia d’acqua dallo zaino che portavo sulle spalle.
Erano solo le undici di mattina e il sole già alto sul deserto era penetrato nella
bottiglia di plastica, togliendo ogni residuo di freschezza al suo contenuto.
Da settimane era stata emessa un’ordinanza che proibiva di accendere fuochi
e di bruciare rifiuti. Anche gettare una sigaretta dal finestrino di un veicolo
rendeva passibili di multe piuttosto salate. 
Quello era il terzo anno di siccità
nel deserto americano del Sud Ovest. Sebbene tali eccessi climatici si mani-
festassero dappertutto, pareva che le montagne del Nuovo Messico setten-
trionale fossero particolarmente colpite. Le località sciistiche non avevano
aperto quell’anno e il Rio Grande si riduceva a un rivolo prima di immetter-
si nel Red River vicino alla città di Questa.

Nell’aprire la bottiglia, la presa della mia mano sulla plastica soffice e
calda ne fece uscire un piccolo getto. Affascinato, osservai l’acqua caduta sul
terreno. Il suolo era talmente disseccato che le gocce rotolarono formando
una pozza, prima di confluire in un piccolo avvallamento lì vicino. L’acqua
non si sparse e non fu assorbita dal terreno neanche in quella buca. Stupe-
fatto, la osservai evaporare completamente nel giro di pochi secondi.
«Il terreno è troppo assetato per bere», disse David parlando a bassa
voce dietro di me.

«L’hai mai visto così secco prima d’ora?» chiesi io.
«I vecchi dicono che l’ultima volta che la pioggia ci ha lasciati per così
tanto tempo è stato un centinaio di anni fa», rispose David. «Questa è pro-
prio la ragione per cui siamo venuti qui, per chiamare la pioggia».
Avevo incontrato David alcuni anni prima di trasferirmi definitivamen-
te nel deserto a nord di Santa Fé. Entrambi stavano facendo un viaggio sacro
lontano da casa, dalla famiglia e dai nostri cari. La sua gente chiamava una
simile esperienza un “viaggio iniziatico”. 
Per me, si trattava di un’opportu-
nità di sfuggire ai miei impegni d’affari e di vivere vicino alla terra, facendo
una valutazione periodica dello scopo e della direzione in cui andava la mia
vita. Cinque mesi dopo il nostro primo incontro, mi ritrovai a vivere a tempo
pieno nelle montagne che in precedenza avevo visitato in cerca di solitudine.
Sebbene David e io ci vedessimo raramente, quando accadeva era come se ci
fossimo visti il giorno prima. Non provavamo mai alcun imbarazzo, né il
bisogno di scusarci per il vuoto di comunicazione che si era creato fra noi.
Entrambi sapevamo che dovevamo stabilire delle priorità fra gli eventi della 

CAPITOLO VII- II linguaggio di Dio 153

vita quotidiana che richiedevano la nostra attenzione. In quel momento,
invece, stavamo condividendo un torrido mattino nel deserto estivo.
Dopo aver bevuto un lungo sorso caldo dalla bottiglia, mi alzai e mi
avviai verso David. Lui era già una ventina di passi avanti a me. Lo segui-
vo lungo un sentiero invisibile che solo lui riusciva a vedere. 
Affrettammo
il passo nell’attraversare dei cespugli di salvia e di chamiso che ci arrivavano
fino al ginocchio. Osservavo il terreno davanti a me. A ogni passo, David
sollevava una nuvoletta di polvere che subito spariva nella brezza secca e
bollente. Non lasciavamo nessuna traccia dietro di noi. David sapeva esat-
tamente dove stava andando, era un luogo speciale noto alla sua famiglia e
ai suoi avi da generazioni. Anno dopo anno, la sua gente tornava in quel
luogo per svolgervi viaggi iniziatici e riti di passaggio o in occasioni specia-
li, come quel giorno.
«Guarda là», disse David. Guardai nella direzione che indicava, ma
tutto sembrava incredibilmente simile alle altre centinaia di migliaia di acri
di salvia, ginepro e pini che ricoprivano la valle.
«Là, dove?», chiesi io.

«Laggiù, dove la terra cambia», rispose David.
Guardai meglio, studiando il terreno. Osservando la parte alta della
vegetazione, cercavo con lo guardo delle irregolarità nella distanza e nel
colore delle piante. All’improvviso qualcosa mi saltò agli occhi, come l’im-
magine nascosta di quei disegni a tre dimensioni. Guardai attentamente e
notai che in quel punto le cime delle piante di salvia erano distanziate in
maniera diversa. Dirigendomi verso quell’apparente anomalia, riuscivo a
intravedere che c’era qualcosa sul terreno, qualcosa di ampio e inaspettato.
Fermandomi per rimanere nell’ombra del mio corpo, potei distinguere una
serie di pietre bellissime, di tutti i tipi, disposte in modo da formare per-
fette geometrie di linee e di cerchi. Ogni pietra era perfettamente posizio-
nata, il che lasciava intravedere la precisione con cui mani antiche l’aveva-
no sistemata centinaia di anni prima.
«Che posto è questo?» chiesi a David. «Perché è proprio qui nel bel
mezzo del nulla?».
«Questa è la ragione per cui siamo venuti», rispose lui ridendo. «È a
causa di quello che tu chiami il “nulla” che siamo qui. Oggi ci siamo solo
tu, io, la terra, il ciclo, e il Creatore. Questo è tutto. Non c’è nient’altro,
qui. Oggi contatteremo le forze sconosciute di questo mondo, parlando
con Madre Terra, Padre Ciclo e i messaggeri del mondo intermedio».

«Oggi», disse David, «”preghiamo” la pioggia».

Sono sempre stupito dalla velocità con cui i vecchi ricordi possono river-
sarsi nel presente. Sono egualmente meravigliato dalla velocità con cui essi
scompaiono. Prontamente, la mente creò le immagini di ciò che mi aspettavo
di vedere nel giro di pochi minuti. Rammentai alcune scene di preghiera che
mi erano familiari. Mi ricordai di essermi recato in villaggi vicini e di aver
visto degli indiani, vestiti di indumenti naturali. Li avevo osservati mentre si
muovevano ritmicamente al battito di mazzuoli di legno che percuotevano
tamburi di pelle d’alce, tesa su telai fatti di legno di pino. Nulla di ciò che
ricordavo, però, fu in grado di prepararmi a ciò a cui stavo per assistere.
«Il cerchio di pietre è una ruota di medicina», mi spiegò David. «È qui
da tempo immemorabile, per quanto la mia gente ricordi. La ruota di per
sé non ha alcun potere. Fa da punto focale per chi formula la preghiera.
Puoi considerarla una mappa stradale».


Dovevo avere un’espressione perplessa. David anticipò il mio pensiero
e rispose prima ancora che finissi di formulare mentalmente la domanda.
«Questa è una mappa fra gli umani e le forze di questo mondo», disse
rispondendo alla domanda che non gli avevo ancora fatto. «La mappa è
stata creata proprio in questo posto perché qui le membrane fra i mondi
sono molto sottili. Il linguaggio di questa mappa mi è stato insegnato fin
da quando ero ragazzo. Oggi viaggerò su un antico sentiero che conduce ad
altri mondi. Da quei mondi, parlerò con le forze di questa terra per fare ciò
che siamo venuti a fare: chiamare la pioggia».

Guardai David mentre si toglieva le scarpe. Perfino il modo in cui sle-
gava i lacci dei suoi consunti scarponcini era come una preghiera – metodi-
co, intenzionale, un gesto sacro. A piedi scalzi, a contatto con la terra, David
mi voltò le spalle e si diresse verso il cerchio di pietre. Senza produrre il mini-
mo suono circumnavigò la ruota, ponendo grande attenzione al rendere
onore alla posizione di ciascuna pietra. Con riverenza verso i suoi antenati,
camminava a piedi nudi sul terreno bollente. A ogni passo, le sue dita si tro-
vavano a pochissimi centimetri dalle pietre esterne. Non ne toccò mai nean-
che una. Ogni pietra rimase esattamente dove l’avevano messa le mani di
qualcun altro, qualcuno che apparteneva a una generazione da lungo tempo
estinta. Mentre percorreva il bordo più esterno del cerchio, David si girò, il
che mi permise di vederlo in viso. Con stupore, notai che aveva gli occhi
chiusi. Li aveva sempre tenuti chiusi. Stava rendendo omaggio alla posizione
di ciascuna di quelle pietre tonde e bianche, percependo esattamente qual’era 
la posizione dei suoi piedi! Quando tornò nuovamente vicino a me, David si
fermò, raddrizzò la postura e pose le mani davanti al volto in segno di pre-
ghiera. Il suo respiro divenne quasi impercettibile. Sembrava non accorgersi
del calore del sole di mezzogiorno. Dopo essere rimasto alcuni minuti in
quella posizione, fece un respiro profondo, si rilassò e si girò verso di me.
«Andiamo. Il nostro lavoro qui è finito», disse guardandomi dritto
negli occhi.

«Di già?» chiesi io, un po’ sorpreso. Mi sembrava che fossimo appena
arrivati. «Credevo che avresti pregato per la pioggia».
David si sedette a terra per mettersi le scarpe. Guardandomi, sorrideva.
«No, io ho detto che avrei “pregato la pioggia”», rispose. «Se avessi pre-
gato per la pioggia, non potrebbe mai arrivare».
Quel pomeriggio il tempo cambiò. La pioggia iniziò all’improvviso,
con alcuni rovesci sulla piana davanti alle montagne verso est. Nel giro di
pochi minuti le gocce diventarono sempre più grosse e frequenti, fino a che
non scoppiò un vero e proprio temporale. Delle enormi nuvole nere si fer-
marono sopra la valle verso nord e oscurarono le montagne del Colorado
per il resto del pomeriggio e della serata. L’acqua si accumulò più veloce-
mente di quanto il terreno non riuscisse ad assorbirla e in breve tempo la
gente del luogo cominciò a temere gli allagamenti. Fissavo quei diciotto chi-
lometri di piante di salvia che si frapponevano fra me e la catena montuosa
a est. La valle ora aveva l’aspetto di un vasto lago.

Quella sera ascoltai i bollettini meteorologici trasmessi dalle TV loca-
li. Sebbene non fossi sorpreso, ricordo di aver provato un senso di sconcer-
to guardando le mappe climatiche colorate che scorrevano velocemente
sullo schermo. Una serie di frecce animate indicavano una tipica confor-
mazione di aria fredda e umida in provenienza dal Nord Ovest del Pacifico,
che attraversava lo stato dello Utah immettendosi poi nel Colorado, come
spesso accadeva nei mesi estivi. Poi, inspiegabilmente, la corrente cambia-
va il suo corso e faceva qualcosa di strano. Osservavo stupefatto la massa di
aria che scendeva con precisione verso il Colorado meridionale e il Nuovo
Messico settentrionale, prima di avvolgersi a spirale e ripartire in direzione
nord, riprendendo il suo percorso attraverso le regioni centro-occidentali
degli Stati Uniti. La discesa provocò la compresenza di una bassa pressione
e di aria fredda con aria calda e umida proveniente dal Golfo del Messico:
una ricetta perfetta per far piovere. A giudicare dai bollettini, sembrava che
ci sarebbe stata pioggia, e molta. Telefonai a David la mattina dopo.

«Che pasticcio!» esclamai. «Le strade sono allagate. Ci sono case e campi
alluvionati. Cosa è successo? Come spieghi tutta questa pioggia?». La voce
dall’altro capo del filo rimase in silenzio per alcuni secondi.
«È questo il problema», disse David. «Quella è la parte della preghiera
che ancora non ho afferrato bene!».
Il giorno successivo il terreno era abbastanza umido da riuscire ad
assorbire più acqua. Guidai attraverso vari piccoli villaggi per recarmi nella
città più vicina. La gente era estasiata dall’arrivo della pioggia. I bambini
giocavano nel fango. I contadini affollavano i negozi di mangimi e le fer-
ramenta, per ricominciare a occuparsi di allevamento e di agricoltura. I rac-
colti avevano riportato danni minimi. Il bestiame aveva acqua da bere negli
stagni e sembrava che al Nuovo Messico del Nord sarebbe stato risparmiato
il sacrificio della siccità, almeno per il resto dell’estate.

La storia di David illustra meravigliosamente il funzionamento della mo-
dalità di preghiera che è stata dimenticata dalla nostra cultura quasi duemila
anni fa. Dopo la breve cerimonia all’interno della ruota di medicina, David
mi aveva guardato e aveva detto semplicemente: «Andiamo, il nostro lavoro
qui è finito». Il resto del tempo che trascorsi con lui quel giorno ora ha molto
più senso per me e riveste un’importanza molto maggiore.
Adesso so che cosa voleva dire David con la frase: «Sono venuto a prega-
re la pioggia». Il resto della storia è più chiaro se è detto con le parole di David.
«Quand’ero giovane», aveva raccontato, «i nostri anziani mi hanno
tramandato il segreto della preghiera. Il segreto è che quando chiediamo
qualcosa, diamo un riconoscimento a ciò che non abbiamo. Continuare a
chiedere non fa che dare potere a ciò che non si è mai realizzato.

Il sentiero esistente fra l’uomo e le forze di questo mondo comincia
nei nostri cuori. È qui che il mondo dei nostri sentimenti si sposa col
mondo del nostro pensiero. Ho iniziato la mia preghiera con un senti-
mento di gratitudine per tutto ciò che è e per tutto ciò che è stato. Ho reso
grazie per il vento del deserto e per il calore e la siccità, perché così sono
andate le cose fino al momento presente. Non è una cosa buona e nem-
meno una cosa cattiva. Questa è stata la nostra medicina.

Poi ho scelto una nuova medicina. Ho iniziato a sentire cosa si prova
in presenza della pioggia. Ho sentito la pioggia sul mio corpo. Stando in
piedi dentro il cerchio di pietre, ho immaginato di trovarmi nella piazza
principale del mio villaggio, a piedi nudi nella pioggia. Ho sentito la terra
bagnata che mi entrava fra le dita dei piedi. Ho annusato l’odore della
pioggia che emana dai muri di paglia e fango del nostro villaggio dopo un
temporale. Ho provato la sensazione che provoca il camminare in mezzo
ai campi di granturco che cresce alto fino al petto perché le piogge sono
state abbondanti. Gli anziani ci ricordano che questo è il modo in cui sce-
gliamo il nostro sentiero nel mondo. Dobbiamo prima avere in noi i sen-
timenti collegati a ciò che decidiamo di sperimentare. Così facendo pian-
tiamo i semi di una nuova via da percorrere. Da quel punto in poi», con-
tinuò David, «la nostra preghiera si trasforma in un ringraziamento».
«Ringraziamento? Vuoi dire che ringraziamo per ciò che abbiamo
creato?».
«No, non per quello che possiamo aver creato», rispose David. «La
creazione è già completa. La nostra preghiera diventa una preghiera di rin-
graziamento per l’opportunità di scegliere quale creazione vogliamo speri-
mentare. Attraverso la gratitudine noi rendiamo omaggio a tutte le possi-
bilità, e portiamo in questo mondo quelle che scegliamo».
In questo modo, usando il linguaggio della sua gente, David aveva
condiviso con me il segreto della comunione con le forze del mondo in cui
viviamo e con il corpo umano. Sebbene avessi udito con le mie stesse orec-
chie ciò che aveva detto e l’avessi compreso, oggi le sue parole hanno anco-
ra più significato per me.

Dopo il mio incontro con David feci altre ricerche su testi antichi e
contemporanei. Scoprii che molti gruppi, organizzazioni e filosofie avevano
fatto accenni alla nostra perduta modalità di preghiera. Molti continuano a
farlo ancora oggi, attraverso tecniche che ci suggeriscono di «pensare come
se le nostre preghiere si fossero già realizzate», oppure di comportarci «come
se provenissimo dal luogo in cui la nostra preghiera è stata esaudita». Però,
per quanto abbia fatto ricerche ulteriori sulle loro tecnologie, la componen-
te del sentimento è quasi sempre assente.

Durante la metà del ventesimo secolo, un uomo conosciuto semplice-
mente come Neville riportò la modalità perduta di preghiera in primo
piano nel pensiero contemporaneo col suo pioneristico lavoro sulle leggi di
causa e di effetto. Nato alle Barbados, nelle Indie Occidentali, Neville ha
delineato chiaramente la sua filosofìa, che descrive come portare in vita i
nostri sogni attraverso l’uso del sentimento, invitandoci a «far diventare [il
nostro] sogno futuro un fatto del presente provando il sentimento del
[nostro] desiderio realizzato».4 Inoltre, Neville indica che è l’amore che
proviamo per la nostra nuova condizione a darle la forza necessaria perché
essa si manifesti. «Se non siete voi stessi ad entrare nell’immagine e a pen-
sare in base ad essa, essa non è in grado di manifestarsi». 5 Esaminare una
preghiera specifica, come per esempio una preghiera di pace, può aggiun-
gere concretezza a questi concetti talvolta nebulosi.

Molti dei condizionamenti presenti nelle tradizioni occidentali ci
hanno invitato a “chiedere” che la pace si realizzi in circostanze specifiche
del nostro mondo. Ad esempio, quando invochiamo che la pace sia pre-
sente, senza saperlo stiamo forse dando un riconoscimento alla mancanza
di pace nel mondo, rafforzando involontariamente lo stato di non-pace.
Dalla prospettiva della nostra quinta modalità di preghiera, ci viene richie-
sto di creare la pace nel mondo attraverso le qualità di pensiero, sentimento
ed emozione presenti nel nostro corpo. Una volta creata l’immagine
mentale che corrisponde al nostro desiderio e una volta provato nel cuore
il sentimento corrispondente al desiderio realizzato, tutto è già accaduto!
Sebbene l’intento della nostra preghiera possa non essersi completamente
manifestato ai nostri sensi, noi presupponiamo che sia così. Il segreto della
quinta modalità di preghiera sta nell’ammettere che, quando proviamo un
sentimento, l’effetto di quel sentimento ha avuto luogo da qualche parte, a
qualche livello della nostra esistenza.
La nostra preghiera, quindi, nasce da una prospettiva molto diversa.
Anziché chiedere che il risultato della preghiera si realizzi, noi riconosciamo il
nostro ruolo di parte attiva nella creazione e rendiamo grazie per ciò che
siamo certi di aver creato. Sia che vediamo dei risultati immediati o no, il
nostro ringraziamento riconosce il fatto che da qualche parte nella creazione
la nostra preghiera è già stata esaudita. In questo modo essa diventa una preghiera affermativa di ringraziamento, che alimenta la nostra creazione permettendole di sbocciare col suo potenziale più alto.


Tratto dal testo “L’Effetto Isaia” di Gregg Braden
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Sentire è il segreto – Neville Goddard (Parte 4)

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